mercoledì 12 novembre 2025

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Alla stazione di Mestre ho preso l’ascensore per salire al binario.
L’anca mi faceva male e, per una volta, avevo deciso di evitare le scale.
Nell’ascensore c’era solo una signora, elegante e sorridente.

Cercavo il tasto giusto, un po’ confusa.
Lei mi ha detto con calma:
«Bisogna schiacciare lo zero, signora. Noi siamo sotto, il binario Γ¨ sopra.»
E io, ridendo: «Ah, Γ¨ vero! Il piano uno Γ¨ il paradiso.»

Ha riso di gusto. «Γˆ difficile incontrare persone ironiche», ha detto.
Così è iniziato tutto.

Si chiamava Vanda, forse ottant’anni portati con una grazia che solo certe donne di un’altra epoca hanno. Abbiamo preso insieme il treno per Latisana, un’ora di viaggio che sembrava un piccolo romanzo.
Mi ha raccontato la sua vita, la Val di Resia da cui proviene — un mondo isolato, con un dialetto unico al mondo e un DNA diverso, diceva con orgoglio. Mi ha confidato anche il suo dolore piΓΉ grande: la perdita di una figlia, a quarantanove anni, per una malattia rara.

Era una professoressa di lettere, come avevo intuito dal suo modo di parlare, e la passione per Pasolini le brillava negli occhi:
«Peccato che in Friuli non si stia facendo molto per ricordarlo», ha detto con rammarico.

Alla fine del viaggio, Vanda ha insistito perchΓ© prendessi una caramella all’eucalipto.
Io, in cambio, le ho regalato una penna dell’AIDO.
Lei ha sorriso, ha preso il portafoglio e mi ha dato dieci euro per l’associazione.
Poi ci siamo scambiate il numero di telefono, e persino il suo indirizzo.

Era stupita da quell’intesa improvvisa.
Le ho sorriso e le ho detto soltanto:
«Le anime si riconoscono.»

Un’ora di treno.
Due sconosciute.
E la certezza che certi incontri non siano casuali.

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