Siamo partiti da Latisana con Josefino Zanelli, Pietro Ferraresso e Paolo Tecli.
Quattro friulani, quattro passi diversi che diventano uno solo, mentre la strada sale verso Gemona e poi verso la montagna.
Josefino è nato nel 1939. È un alpino, uno di quelli che parlano poco ma ogni parola ha il peso della memoria. Durante la guerra era un bambino, e nel suo sguardo c’è ancora quel misto di paura e gratitudine che solo chi ha visto la fame e la speranza insieme può conoscere. Oggi cammina davanti a noi, leggero, come se il monte lo riconoscesse.
Il sentiero del Cuarnan si arrampica silenzioso tra i faggi, e più in alto si apre al cielo, verso la chiesetta del Cristo Redentore. È un luogo nato dalla fede e dalla fatica della gente di Montenars, che più di un secolo fa salì quassù con pietre, sabbia e croci di ferro, per dire grazie alla vita dopo la guerra.
Settemila giornate di lavoro, e una promessa mantenuta: una chiesa in cima al mondo, tra le nuvole e il silenzio.
Davanti alla facciata, scolpito nella pietra, il bassorilievo del Cristo Redentore apre le braccia sulla pianura friulana.
Non domina, ma accoglie.
Sembra ricordare che la redenzione non è un gesto improvviso, ma un cammino condiviso: il passo lento di chi crede, lavora, resiste.
Oggi l’aria è ferma, limpida. La pianura sotto di noi respira piano.
Le parole di Josefino si mescolano ai ricordi della montagna — come se ogni pietra sapesse qualcosa di lui, e lui di loro.
Pietro sorride, Paolo osserva in silenzio, io ascolto.
Scendendo, le ombre si allungano e la luce si fa più dolce.
Penso che il Friuli è fatto così: di gente che sale, di mani che costruiscono, di memorie che camminano ancora.
E di giornate come questa, in cui la storia non è nei libri, ma nei passi di chi ti cammina accanto.
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